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L'idea del diamante

Un racconto per Il Nido del Gufi sul prompt: *Le ceneri di un mondo*

Sapevo che l’idea del diamante non gli sarebbe piaciuta. Come qualsiasi altra idea al di fuori delle sue. Comunque, vista la situazione, avevo deciso di non litigarci.

Nelle ultime settimane si era fatto sentire il minimo indispensabile, come se la cosa non lo riguardasse. All’ospedale ara venuto una volta sola: si era presentato senza preavviso, un pomeriggio a ridosso della fine dell’orario delle visite. Lei si era appisolata da poco, al termine di una giornata di quelle brutte. Ma lui aveva preteso di parlarle lo stesso. Avevo provato a dissuaderlo, ma poi mi ero ricordato della decisione di non litigarci. Me lo aveva detto perfino Teresa, mia moglie, prendendomi da parte: «Non mettetevi a discutere davanti a lei, per l’amor di dio», e una volta tanto ero d’accordo. Comunque la visita era durata cinque minuti; poi se n’era andato dicendo ciao ciao, un piede già in corridoio. Ciao ciao, come a dire: arrivederci.

Ovviamente non si erano rivisti. E così era arrivato il momento di andarsene. Per tutti i mesi che mamma aveva passato in clinica, neanche a dirlo, lui non aveva scucito un soldo. Secondo me non è mai riuscito a mettere da parte granché, ma non gliene faccio una colpa. E comunque a quel punto avevo altro a cui pensare, quindi compilo l’assegno e acqua in bocca.

Prima del funerale non l’ho chiamato. Noce o mogano, cosa vuoi che gliene importi! Anche al funerale, quando era arrivato in ritardo e scarpe di tela, rigorosamente senza giacca… santissimo cielo, anche lì avevo lasciato correre. Ha cinquantaquattro anni e si veste come un ragazzetto. Ma avevo strizzato la mano di Teresa che aveva capito tutto, e mi guardava con quell’espressione che dice dopo, puoi maledirlo dopo.

C’è anche da dire che ero di cattivo umore. Quel mattino, mentre ero ancora a letto, Teresa che russava girata dall’altra parte, mi era tornato in mente il giorno in cui la mamma aveva deciso di vendere la roba del papà.

Avevo poco più di vent’anni. Lei stava stirando le lenzuola in soggiorno, mentre io, seduto al tavolo da pranzo, studiavo per l’esame di odontoiatria, mi ricordo ancora la copertina del manuale. Rivedo questa scena del soggiorno scuro, con le tende tirate e il crocifisso di madreperla che luccica sopra il televisore acceso in muto. A un certo punto la mamma appoggia il ferro da stiro, con quel rumore che fanno i ferri moderni messi in verticale, quella specie di gorgoglio rauco. Appoggia il ferro e mi dice che ha intenzione di vendere tutto. I libri, la barca, la Vespa, le scarpe di Prada. Ma chi si comprerebbe le scarpe usate? ragiona, come parlando tra sé. Quelle van buttate, tutt’al più si portano in parrocchia.

Io non dico niente, faccio finta di continuare a studiare. In fondo speravo che un giorno o l’altro mi avrebbe permesso di usare la roba di papà, non dico la barca, ma almeno la Vespa… Invece lei è convinta a vendere tutto. Non è una questione di soldi, e neanche di spazio, giacché la casa è più grande di quanto possa mai servire a noi due. No, è una questione di ordine: papà è morto e noi siamo vivi. O meglio, eravamo. Perchè la mattina del funerale di mamma, mentre annodavo la cravatta davanti allo specchio, mi è venuto in mente che adesso papà e mamma erano morti, mentre io, nonostante avessi l’aspetto di un uomo di mezza età con un’incipiente calvizie, ero vivo. Anche Anselmo era vivo, naturalmente, ma lui non c’era mai. Non c’era quel giorno in cui la mamma aveva deciso di vendere tutto, e perciò io rimanevo l’unico custode di quel monologo, l’unica memoria della determinazione con cui mamma aveva appoggiato il ferro da stiro sull’asse e mi aveva comunicato che papà era morto mentre noi eravamo vivi, e dovevamo comportarci di conseguenza.

Cremazione. Era stata inamovibile. Anche questo lo aveva deciso poco dopo la morte del papà: lei sotto terra lei non ci sarebbe finita. A me l’idea di bruciarla faceva venire la nausea, comunque avevo organizzato tutto con i servizi funebri, e dopo la cerimonia avevo seguito l’auto fino al cimitero. La bara era stata condotta in un’ampia sala da cerimonia, addobbata con capitelli di pietra e fiori finti, e noi e gli zii, sistemati a semicerchio intorno alla cassa. Un parroco in stola viola l’aveva benedetta e poi ci aveva invitati a dire qualche parola di ricordo prima di andare. Nessuno aveva aperto bocca. Allora mi sono accorto che era venuto anche Anselmo, e credo di aver sospirato, perché Teresa mi ha dato di gomito.

Una volta fuori dal cimitero, Anselmo si avvicina. Fa caldo e lui è ancora in maniche di camicia. In un ultimo, disperato tentativo di ricordargli che è figlio di questa donna anche lui, tiro fuori il cellulare e gli mostro il post su Facebook. L’azienda è svizzera-italiana e a prima vista non è chiaro se facciano servizi funebri o oreficeria. Ma a leggerla per intero la locandina non lascia dubbi: al posto che seppellirli ne fanno diamanti. Tu gli porti l’urna e loro ti restituiscono la gemma, gli spiego. «Non ti sembra una bella idea?» chiede Teresa.

Anselmo si mette a ridere. A ridere di gusto, come se non ci fosse, a pochi passi di distanza, il corpo di sua madre che brucia in una cassa di noce. «Vuoi farlo sul serio?» mi chiede.

«Serissimo.» Sto per dirgli che anzi, a dire la verità l’ho già fatto, firmato il contratto e versato l’anticipo. Resta solo da caricare l’urna in macchina e attraversare le Alpi.

«Un diamante,» ripete lui, come se non si capacitasse di quello che gli ho appena mostrato. D’altronde Anselmo è un comunista. «E non bastava spargerle?»

«Sono sicuro che l’idea sarebbe piaciuta anche a lei.»

«Sapevi che il diamante è la pietra più dura al mondo?» interviene Teresa. E guarda con orgoglio il diamante da cui non si separa mai, incastonato nell’anello di fidanzamento. «Ho letto che puoi usarlo per rompere qualsiasi cosa.»

«E comunque,» la interrompe Anselmo, e si caccia le mani nelle tasche dei pantaloni, «quanto dovrebbe uscire grosso questo diamante?»

«Mah, non saprei. Circa così…» aveva risposto lei, mostrando un buco di mezzo centimetro tra il pollice e l’indice.

«Mezzo carato? Diciamo zero tre…»

«Può darsi. Ti dirò, non sono un’esperta…»

Ma la faccia sudaticcia di Anselmo diceva che stava già pensando al diamante da mezzo carato. Avevo deciso di non litigarci, ma quando è troppo è troppo.

«Quattro, cinquecento euro?» domanda a sé stesso. Ma ormai gli vado incontro con un cazzotto carico sopra la spalla. Teresa si mette a strillare agitando le braccia come di fronte a una muta di lupi. Si frappone tra il petto di Anselmo e il mio pugno. Indietro, stai indietro, mi fa Teresa con la mano. L’anello di fidanzamento luccica al sole: la gemma tagliata fuori da un culo di bicchiere. Peccato non avessi mai avuto il coraggio di dirglielo.

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