Post

Tommasino

Un racconto senza a capi sul prompt "Progettati per fallire"

Gli occorre tempo, lungo tempo per riflettere, o tempo per riflettere a lungo. Quel tipo di tempo che si trova solo la notte, nel silenzio quasi buio, in cui sembra che i minuti passino a un’altra velocità, in cui i secondi sembrano viscosi.

Ora, o meglio allora, il problema su cui riflettere non era di riuscire in un’impresa, quanto piuttosto quello di riuscire nel trovare un’impresa. Il problema è il seguente: Tommasino, in tutti e dodici gli anni della sua vita, aveva sempre fatto parte delle imprese degli altri. Si può ben dire, infatti, che Tommasino stesso fosse l’impresa di qualcun altro, e nella fattispecie di una modesta coppia di provincia. Lui, cinquantatrè anni, impiegato in una ditta edile con posizione di amministrativo, altrimenti detto: il contabile. Lei, quarantanove, casalinga, diplomata alle scuole professionali, aveva praticato alcuni lavoretti per breve tempo, prima di rendersi conto che la sua unica vocazione era quella di fare la mamma. Questo accadde quando aveva circa vent’anni. Da allora le era servito un anno per conoscere un ragazzo, un altro anno per convincere il padre a permetterle di uscire la sera accompagnata dalla sorella maggiore, circa tre mesi per convincere la sorella maggiore ad andare per la propria strada appena fuori dal cancello, e ben quindici mesi per giungere alla più profonda comprensione che il ragazzo con cui usciva mancava della benché minima attrattiva, il che sembra poca cosa, ma le erano serviti comunque sei mesi per riprendersi dalla rottura. Al termine di un inverno lungo e particolarmente rigido, alla sorella veniva diagnosticata una malattia non del tutto chiara, e non avendo più né madre né altri famigliari oltre l’anziano padre, alla giovane non era rimasto che abbandonare uno dei numerosi lavoretti per accudire la sorella, che andava aggravandosi giorno dopo giorno. Anche una volta appurato il suo destino, il decorso della malattia era stato tutt’altro che breve. Dopo quasi cinque anni, sempre più fragile e debilitata, la sorella era partita per i bagni termali in compagnia del giovane infermiere, e non era più tornata. La ragazza, che allora era scossa e aveva l’aspetto di un fantasma per la privazione del sonno e le lunghe ore passate nella penombra della camera da letto della degente, era uscita di casa per la prima volta tre mesi dopo la morte, per trovarvi un nuovo inverno ostile. Aveva conservato il numero di telefono dell’infermiere scritto su una strisciolina di carta (lo aveva cancellato dal proprio telefono per timore che, durante una di quelle sere in cui guardava fisso lo schermo di fronte a sé e immaginava una conversazione che non stava accadendo, le cascasse il dito sull’icona e facesse inavvertitamente partire una telefonata). A primavera, lunghi pomeriggi all’aperto le avevano restituito colorito, era tornata a dormire e a mangiare come si deve, i suoi capelli erano tornati vivaci e boccoluti come un tempo, e guardandosi allo specchio si era convinta che era certamente arrivato il momento per lei di contattare l’infermiere. Se non che, un mattino, di ritorno dal mercato del pesce, era passata per caso davanti al municipio, e vi aveva trovata affissa la pubblicazione di matrimonio del giovane con un’altra ragazza. Aveva pensato di entrare in municipio e opporsi alle nozze, ma che diritto ne aveva? Allora era tornata a casa e aveva pianto mentre infilava gli indici nei cappucci viscidi dei calamari per vuotarne le interiora nel lavandino della cucina. Ora la giovane, che si avviava verso i trenta, era chiamata dal padre, che da qualche tempo si era accorto della sua infelicità. Un uomo rigido, d’altri tempi, ma non senza sentimenti, che aveva perso già una moglie e una figlia, e sarebbe andato nella tomba lui per primo piuttosto che seppellirne un’altra. Allora la chiamava nel suo studio con una proposta che nessuna ragazza avrebbe mai potuto rifiutare. «Perché non vai a stare a Milano per un po’?» Coglieva l’occasione che la più intima amica della ragazza, Agnese, aveva trovato lavoro come commessa in una boutique in città, e avrebbe dovuto cercarsi un appartamento laggiù. «Dividerete una stanza,» le aveva detto il padre. E nell’incoraggiarla, tutto era stato organizzato per lei, così di lì a due mesi la giovane prendeva il treno e scendeva alla stazione di Milano, dove Agnese l’aspettava avvolta in un tubino animalier e in una nuvola di profumo di J-Lo. La sua casa era piccola e periferica, e Agnese stava fuori tutto il giorno, faceva i turni e anche gli straordinari, e quando non lavorava portava l’amica in centro a conoscere negozi che per tutta la sua vita di provincia si era appena appena immaginata. Agnese aveva degli uomini ma nessun fidanzato, e dopo appena un mese di quella vita fu ben chiaro il perché. In un posto che offre così tanto, prendere un fidanzato sarebbe stata più una rinuncia che una conquista. La ragazza comunque aveva chiari in testa i suoi obiettivi, e non cercò mai un lavoro in città, per paura che il lavoro le togliesse il tempo di andare a sedere nei caffè vicino alle sedi dei giornali nell’attesa che un bel giovane con gli occhiali le si avvicinasse (ora s’immaginava sposata a un giornalista, ma con l’andare delle settimane e dei mesi divenne sempre più certa che anche un qualsiasi infermiere sarebbe andato più che bene). Ebbe finalmente la sua occasione quell’estate. Andarono insieme in Liguria, dove la madre di Agnese affittava un appartamento per i mesi caldi. In una di quelle serate nei locali vicino al mare, conobbero un gruppo di uomini che sembravano usciti fuori dalla copertina di una rivista (e anche loro due, c’è da ammettere, non presentavano affatto male, specie dopo qualche giorno di sole). C’era un ragazzo in particolare, che la colpì per il suo sguardo blu profondo e il taglio della mascella che le fece pensare a tutti quei piccoli dettagli che solo una buona genetica, ossia un colpo di fortuna, può dare. Questo particolare ragazzo sembrava avere attenzioni solo per Agnese, e solo quando lei lo ebbe cortesemente ma con decisione rifiutato, sembrò accorgersi dell’amica che per prossimità aveva iniziato a emanare lo stesso profumo. Si baciarono, al chiaro di luna tra i suoni dei locali sul lungomare. Poi lui la portò nella casa in affitto dove aveva fortunatamente una camera tutta sua, e le intimò di fare piano che suo zio dormiva nella stanza adiacente. Quello che accadde nella notte Tommasino non poté saperlo. Comunque sia, il giorno dopo la ragazza ripartì per la provincia e Agnese le disse: «Cosa ti aspettavi?» Dopodiché le due amiche non si rivolsero la parola per lungo tempo, né la ragazza rimise piede a Milano. Passarono i mesi, e la giovane aveva iniziato a frequentare sovente la chiesa della sua città. Aveva perfino pensato di farsi suora qualche volta, perché dopo quell’esperienza ligure aveva iniziato a covare un oscuro disgusto per gli uomini, capaci di ogni lusinga ma neanche della più piccola promessa. Passo dopo passo, mese dopo mese, si trasformava gradualmente in una dama di carità – non che avesse molto denaro da dare per la carità, ma gran parte del suo tempo lo passava ad aiutare gli altri, fossero essi anziani, malati, ragazzini o gente che era capitata lì senza uno straccio di documento né un posto dove andare. Il padre, l’unico che le era rimasto, era contento nel vederla impegnata, e così lei faceva e faceva fino allo sfinimento, se non altro per soddisfarlo e starsene fuori dai piedi per un po’. Della giovane ora forse sarebbe il caso di dire che non era più giovane, poiché aveva da poco compiuto trentacinque anni e le sue amiche, fatta eccezione per Agnese che era rimasta a vivere a Milano, avevano già mandato a scuola il loro primo figlio, e qualcuna anche il secondo. Il suo aspetto, pur sempre curato, non era più quello di una ragazza. E anche se spesso fantasticava di far spretare un prete forestiero in visita alla loro parrocchia, lei stessa sapeva che il tempo per sposarsi era ormai agli sgoccioli, e che semmai un sacerdote avesse dovuto tradire il suo voto alla Vergine Maria, non lo avrebbe certo fatto per una tardona (questo è ciò che sapeva lei, ma anche Tommasino a un certo punto doveva aver acquisito questa consapevolezza, forse rubacchiata ai discorsi degli altri genitori). Aveva perso ormai la determinazione, insieme ai suoi boccoli voluminosi, aveva rinunciato ai prendisole e alle calze trasparenti, ai fili di perle e agli stivali col tacco, e attraversava la piazza tutte le mattine calzando un paio di confortevoli paperine e con un’ampia borsa a forma di sacco piena di tutto l’occorrente e di molto del superfluo. Era con quell’abbigliamento che era andata a conoscere il contabile. Aveva un appuntamento per conto di suo padre, un plico da consegnare. L’aveva infilato nella borsa il mattino prima di uscire, e non era poi stato facile da ritrovare, una volta che il contabile l’aveva fatta accomodare nell’ufficio che divideva con un geometra e due segretarie. Aveva cercato il suo plico il tempo sufficiente affinché lui le desse un bello sguardo e si rendesse conto che, poiché era lì in piedi da una decina di minuti, forse era il caso di offrirle un bicchier d’acqua. Se non altro per educazione. E poi chissà… Magari era un po’ grande, ma non è mica detto. Non è facile valutare l’età di una donna, e comunque non sai mai, perché aveva sentito di alcune che avevano iniziato anche a quarant’anni e poi in quattro e quattr’otto ne avevano fatti due o tre, magari anche dei gemelli. Lei di certo non poteva avere quarant’anni, osservava il contabile mentre lei (che infatti ne aveva trentasei) vuotava il suo bicchier d’acqua e infine se ne usciva con un plico dall’aspetto quantomeno liso. Ma poiché di papà Fabrizio molto si può dire, ma non che sia uno che si butta giù di morale, le aveva chiesto di tornare l’indomani. Alla fine di quell’anno si erano sposati. Siccome non c’era stato tempo da perdere, erano già al quarto mese. Un’occasione d’oro, talmente d’oro che la mamma si era spinta fino a fare voto di castità alla Madonna se le avesse mandato subito due gemelli, e non se ne parli più (questa parte Tommasino l’aveva estorta al parroco in cambio della promessa di restare chierichetto anche dopo la prima comunione).

Ora, conoscendo tutta la storia, la giuria capirà perché, quando è solo nel suo letto e papà Fabrizio spegne la luce del corridoio, Tommasino si rifiuta di andare a dormire. Un ragazzo di buon senso, più maturo della sua età, avrà pure il diritto di far valere le proprie ragioni e le proprie intenzioni, o no? D’altronde se il buon Dio gli ha dato il libero arbitrio, a lui come agli altri, bisognerà che qualcosa ne faccia. Non si può andare avanti a far finta di non averne, a obbedire e basta. E se è di ostinazione che Tommasino viene accusato, ha pure da essere considerata l’attenuante che per dodici anni e nove mesi le sue ragioni sono andate inascoltate. D’altronde non era mica lui ad aver chiesto di venire al mondo.

Questo post è sotto licenza CC BY 4.0 a nome dell'autore.