Oddiseo e gli altri
Racconto che parla di viaggio e di anarchia
Là tutto non è che ordine e beltà,
lusso calma e voluttà.– Charles Baudelaire, Invito al viaggio
Città, paesi, paesaggi, tutto ciò che c’era da vedere era stato visto. In un modo o nell’altro, aveva girato il mondo, e l’impressione che Kosmos portava indietro con sé è che non c’è poi molto di cui avere nostalgia posando le scarpe sulla sabbia liscia della Grecia, da cui un eroe aveva avuto tanta smania di ripartire, dopo che con fatica e sacrificio, oltre che con l’imbroglio, era riuscito a fare ritorno.
Ma le varie genti del mondo, a ben guardare, si assomigliavano tutte. Cioè vestivano, calzavano, parlavano e mangiavano diversamente. Ma comunque si assomigliavano abbastanza da poter dire “se fossi al posto loro, farei lo stesso anch’io”. E le terre, le più e le meno fertili, si muovevano pressappoco alla stessa maniera, e coi venti turbinavano polveri simili, e le stelle cambiavano di posto quel tanto da poter riconoscere qui la costellazione del Capricorno e lì la Cintura di Orione, ma mai che esplodessero o brillassero in pieno giorno. E perfino il mare, che agli uomini di tutti i popoli e le epoche aveva ispirato così tanto ardore e soggezione, che lo avevano preso e ne erano fuggiti senza smettere mai di fare l’una e l’altra cosa, anche il mare bagnava ugualmente le rocce di Itaca e le isole dei Caraibi, Boston e le Molucche, Shanghai e le dighe che vegliavano sulle porte dei Paesi Bassi come nuove colonne d’Ercole.
E l’avventura e le scoperte, e le specie di pesci dei fondali e di coralli che avevano acceso l’immaginazione di Jules Verne ad esempio, cos’erano se non già letteratura? È così umana la poesia che non vale proprio la pena di cercarla in giro, pensava Kosmos. Così i tradimenti, la politica, la guerra perfino, erano sempre altrove e allo stesso posto, impossibile lavarsele di dosso, ci inseguono sui ferry e nei taxi, incastrate nelle cappelliere e riposte sotto il sedile, si aggrappano alle nostre spalle al momento di fare il check-in come un bagaglio aggiuntivo e francamente oltre il peso consentito («signore, per quello sono 32€»).
Kosmos non aveva lasciato in giro maghe innamorate, compagni insepolti e illegittimi pretendenti al trono. Era partito con la valigia e una sacca di nylon, e tornava con la valigia soltanto. Stanotte sbarcava per l’ultima volta, e percorrendo a piedi il molo imprecava già contro quella sua terra che faceva un orribile rumore a contatto con le ruote del trolley.
Da sotto un lampione gli sembrò che nulla fosse cambiato, anzi che tutto fosse perfettamente identico: dal puzzo dei pescherecci alla cima, al bar popolare dove la televisione restava perennemente accesa sulle notizie della SBC.
Prese alloggio in un Bed&Breakfast. In bassa stagione le stanze erano fredde e quasi tutte sfitte. Kosmos entrò nella sua camera e si gettò a letto, comunque grato di trovarla più spaziosa della cabina dove aveva riposato negli ultimi sei giorni, e in ogni caso del tutto immobile. La terraferma, pensò, ecco un’altra cosa che è uguale in tutti gli angoli del mondo. Udì dei pescatori che uscivano dal bar a tarda notte, ma non seppe in che direzione erano andati, perché nonostante il vociare rauco era già scivolato nel sonno.
Fu svegliato la mattina dopo dai motori dei pescherecci che lasciavano i moli, e anche di qualcuno che rientrava, e dai primi venditori di pesce e molluschi. Alle nove iniziava tutto il balletto del mercato, o sarebbe meglio dire il coro. Si alzavano già le grida degli uomini, e anche di qualche donna, che contrattavano per vendere subito il sovrappiù, cioè tutto il pescato che non era già stato garantito a qualcheduno. I pescatori-mercanti attiravano a sé i pochi clienti e scherzavano e disquisivano con loro garantendo sulla qualità del pesce, salvo sbeffeggiarli non appena se n’erano andati. Qualcuno in inglese chiamava gli ultimissimi turisti che passeggiavano sul litorale.
Kosmos si vestì e scese al piano inferiore, dove ebbe la conferma di quel che già sospettava. La dicitura Bed&Breakfast per questo genere di pensioni greche è appena nominale, poiché in bassa stagione si riservano di offrire il Bed ma neanche l’ombra di una Breakfast. Uscì in strada, evitando il mercato del pesce, ed entrò nel caffè che aveva visto la notte precedente. Il televisore era acceso e trasmetteva un notiziario della SBC. Si fece servire un caffè nero, mentre un untuoso giornalista in cravatta recitava i numeri dell’occupazione giovanile.
È strano, pensava Kosmos, perché a guardarsi intorno non gli sembrava che qualcuno fosse allarmato dalle notizie. Anzi, pareva proprio che la crisi fosse finita e che tutta la città fosse tornata esattamente alla forma che aveva prima, più qualche serranda abbassata e qualche muro scrostato dalla salsedine che nessuno si era dato la pena di ridipingere (ma bisogna ammettere ce non c’è mai stato neanche ai tempi di Alessandro un momento in cui le cose fossero tutte in ordine).
«Kosmos?» chiese una voce grossa e rauca. «Mignolo, pensa un po’! Pensavo che fossi diventato un eremita…»
Senza bisogno di voltarsi Kosmos già sapeva, perché quella voce e quella storia adolescenziale di “Mignolo” potevano venir fuori da una sola bocca: quella di Egan Ganis. Gli andò incontro e i due si abbracciarono in mezzo al bar, scambiando due sonore pacche sulle spalle.
«Siediti,» gli disse Kosmos, giacché quella montagna d’uomo di Egan Ganis ostruiva la vista a un vecchio che cercava di guardare il notiziario da un tavolino. Ganis era sempre stato uno di quelli che, anche se non lo digerisci, è meglio farselo amico. Una volta, avrà avuto sedici anni, lo avevano sospeso per aver mandato all’ospedale uno più grande. Poi, un po’ per la stazza un po’ per le condizioni dei suoi, la vita gli aveva dato una scelta: arruolarsi per davvero o fare la guardia privata. Aveva preferito la seconda, che a Kosmos aveva dato un po’ da pensare, per via di quell’incidente a scuola e forse di qualche altro episodio. Egan era un marcantonio di quasi due metri e senza alcuna grazia, però era un brav’uomo.
«Stai bene sai? Sale e pepe come un padre di famiglia… Quando sei tornato?»
«Ieri notte.»
Ordinò anche lui un caffè nero e due panini con uova e cetrioli.
«Lavori ancora al Manhattan?» gli chiese Kosmos.
«Nah, ho chiuso coi locali, adesso lavoro in un museo. In alta stagione rimproveri le ragazze in costume che si fanno i selfie nelle sale, ma adesso no, sto seduto su uno sgabello a guardare un magazzino pieno di sassi.»
«È un miglioramento…»
«Sì, fino a quando non ti vengono i reumatismi e le emorroidi,» addentò un sandwich con i gomiti piantati sul tavolino e le spalle ricurve. Poi tornò a guardare Kosmos dall’alto in basso, come un padre orgoglioso che guarda un figlio finalmente accasato. «E tu, ti godi la vita del giramondo?»
«Onestamente? Sono esausto.»
«Lo credo bene. È… quanto?»
«Sette anni.»
Annuendo ingurgitò in un boccone quello che restava del panino e con un fazzoletto azzurro si pulì le dita dalla maionese che era eruttata. «I tuoi genitori saranno contenti.»
«Non lo sanno ancora.»
«Quando vai da loro fanno i salti, scommetto. Io e Renate abbiamo cercato di dargli una mano negli ultimi anni, ma sono testardi come i muli. Costantino è in forze, però ha già un’età, capisci? Andiamo lì per aiutarli e tua madre non fa che dire che se non sono le braccia di Kosmos non sono quelle di nessuno. È orgogliosa perché le ha fatte lei, si capisce, ma come glielo spieghi che ormai sono le braccia di un marinaio, tutt’al più può avere quelle di una guardia al museo.»
Kosmos si sorprese a ridere a voce alta. Riconosceva fin troppo bene i suoi genitori, chissà che in fondo non fosse rimasto anche quel che c’era di buono in loro, oltre a quello che c’era di cattivo, pensò. «Quanta gente c’è lì con loro adesso?»
Egan alzò le spalle massicce. «Non saprei, forse una decina di persone… c’è anche Addar, se vuoi saperlo.» Kosmos come uno specchio alzò le sue di spalle. «Comunque li conoscono tutti ormai. Con tutta la gente che hanno aiutato, fosse anche un quarto quelli che li aiutano adesso, se la cavano benone.»
Kosmos sorrise amaro. «Però tu e Renate siete andati a dare una mano, o sbaglio?»
«Lei ci tiene,» rispose, e bevve il suo caffè senza aggiungere altro. Renate, la moglie di Egan, era una specie di cugina seconda o pronipote di sua madre. Era una di quelle donne che hanno fatto della responsabilità la loro unica ragione di vita. E così forse si sentiva responsabile per i genitori di Kosmos, per la loro casa e per la terra che coltivavano. Forse si sentiva responsabile per tutta la terra e per tutte le terre del mondo. Ma quei due vecchi non avevano bisogno di Renate ed Egan Ganis e, checché ne dicessero loro, neanche di Kosmos.
«Devo andare, tra poco apriamo,» disse Egan, incartando il secondo panino e ficcandoselo nella tasca del giaccone. «Fatti vivo eh!»
Kosmos rimase solo seduto al tavolo, a guardare vagamente il notiziario del mattino. Nella notte c’era stato un terremoto al largo della Thailandia, in una zona che Kosmos aveva visitato quattro anni prima. Lì per la prima volta aveva mangiato il frutto dell’albero del pane, un cibo che Jules Verne descriveva come ottimo e stupefacente: ed effettivamente era molto buono ma, per quanto riguarda lo stupore, forse la lettura di romanzi di viaggio aveva rovinato a Kosmos tutta la sorpresa.
Ventimila leghe sotto i mari era uno dei libri della piccola biblioteca di sua madre, composta perlopiù di letteratura europea in sgargianti edizioni economiche. Il romanzo e l’epopea, l’epopea e il romanzo, gli diceva, fin da quand’era un bambino. Le nostre radici hanno occhi rivolti al futuro. Chissà dove l’aveva letto. Parole che il giovane Kosmos non aveva capito, che gli facevano venire in mente il disegno su carta di papiro di un involuto albero genealogico. Poi, finita la scuola, aveva iniziato a lavorare la terra anche lui come gli altri, e allora l’immagine delle radici, quelle vere, gli si era fatta un po’ più chiara.
A diciotto anni lavorava il mattino, e al pomeriggio studiava e a sua volta dava lezioni alle persone che per lunghi o brevi periodi si fermavano in casa dei suoi genitori. Era gente che arrivava da luoghi distanti, che non conosceva il greco e non ci teneva a impararlo. Erano viaggiatori. Ogni notte, nelle loro brande sudate ai piani alti della casa, sognavano di continuare il viaggio oltre i campi incolti e le pianure greche. Nelle bollenti mezzanotti, sognavano di partire, via mare o via terra, pure a piedi, per riunirsi a famiglie, riabbracciare mariti e mogli e figli che dapprima non li avrebbero riconosciuti.
Invece lavoravano la terra il mattino, prendevano e davano lezioni il pomeriggio, la sera mangiavano intorno alla lunga tavola nel portico e parlavano un insieme di lingue a suon di gesti e do sincopi, capendosi male e per insistenza. Quella vita sospesa, nella casa comune, era sottile come un’interruzione. Facevano scalo per un mese, due, tre, alcuni si fermavano un anno prima di ripartire. Uno non se n’era andato più: era Addar.
Alla casa comune si arrivava facilmente percorrendo una via di sassi bianchi che sale dalla costa verso l’entroterra, e mano a mano procedendo si affolla di pallidi ulivi e piccoli agrumi che sporgono al ciglio della strada come autostoppisti cotti dal sole o, in questa stagione, rattrappiti dal freddo.
Kosmos aveva affittato una macchina e percorreva la strada sterrata, sollevando al suo passaggio un polverone secco, che negli specchietti retrovisori si mangiava l’altra direzione impedendogli di ripensarci. La luce del sole era pallida e diffusa da uno strato di nuvole immobili. La campagna era gelida e non volava una mosca. Mentre iniziavano a presentarsi gli alberi stecchiti al ciglio della strada, in lontananza già si vedeva il tetto ocra, poi il quarto piano si rivelava con le sue strette finestre rivolte a sud, e il terzo con le tende da sole logore. I tronchi erano sempre più frequenti, e appariva il secondo piano e poi anche il primo con la terrazza di mattonelle deserta. E infine un immaginario steccato fatto di piccoli arbusti che abbracciavano il patio e si aprivano in direzione dei campi ad est.
Kosmos parcheggiò nel silenzio del mattino inoltrato, il silenzio impersonale di quando tutti sono al lavoro. Dusty gli andò incontro, con il pelo umido per aver dormito fuori, lo studiò placido, e Kosmos gli offrì i palmi delle mani da annusare.
«Ehilà?» chiese, in direzione del patio, ma non si udì rumore. Si incamminò sulle piastrelle cotte seguito da Dusty, attraversò il portico e girò intorno al lungo tavolo di legno, che appariva sempre solido ma così nudo, senza panni né tovaglie, sembrava più vecchio e forse stanco di tanto parlare. Kosmos si affacciò nella cucina e la trovò tiepida ma vuota. Aveva quasi raggiunto il corridoio, quando vide girare l’angolo una ragazza sconosciuta.
«Ciao,» le disse. Lei s’immobilizzò, stupita e spaventata. «Sono Kosmos, ti ricordi di me?» chiese. Ma subito dopo realizzò che era appena una ragazzina. Sottile e di media altezza, con la pelle marrone chiaro e i capelli crespi. Aveva ancora un po’ di acne sulle guance, e gli occhi grandi che lo fissavano senza capire. «Dov’è Eleni?» le chiese.
«Eleni?» rispose lei, «È su,» e indicò la scala che portava al primo piano.
Eleni era di sopra, seduta su un materasso, con una cesta di panni posata ai piedi da cui estraeva a casaccio calze scompagnate. Alzò lo sguardo e fece una strana espressione, come se non vedesse abbastanza lontano da riconoscere Kosmos fermo sulle scale, non tanto lontano nello spazio, quanto più nel tempo.
Poi si alzò placida, e gli andò incontro, incrociando il suo passo con quello di Dusty che faceva la ronda nel corridoio. Aprì un poco le braccia e in silenzio prese il torso di Kosmos fra le sue mani e chinò il capo sulla spalla del suo cappotto. «Sei qua,» gli disse, e poi tornò a guardarlo in faccia, di nuovo con quell’espressione da indovino. «Hai trovato le radici?»
Kosmos tacque, pensava di averle trovate, ma al tempo stesso pensava di non averle mai perse di vista, anzi ricordava di averle percepite srotolarsi sotto i suoi piedi nelle notti di tempesta, a bordo dei mercantili e dei mastodonti da crociera. Camminò con lei verso la branda e le si sedette accanto, chiedendosi da dove venissero tutti quei calzini e dove fossero andati gli altri suoi capelli, quelli neri, che per molto tempo si erano mescolati a quelli bianchi senza cedere terreno, come in un gioco di tiro alla fune tra buoni e cattivi, dove in palio c’era la spessa treccia di sua madre.
«Come stai?» le domandò. Lei sorrise e Kosmos pensò che sembrava vecchissima.
«Io sto bene,» disse, «sono rimasta sempre qui. Tu invece, ci hai messo tanto a tornare.»
Kosmos scrollò le spalle. La casa aveva un po’ il suo aspetto, pallida e secca, ma calma. Eleni non si scomponeva quasi mai, forse perché anche lei sapeva che tutte le cose, i luoghi e le persone si somigliano. Sembrava aver perso il dono della sorpresa.
«C’è una stanza per me?» le chiese, e per un momento temette che lei rispondesse no, che dopo tutto questo tempo non c’erano più ragioni per accoglierlo.
Invece Eleni sorrise e rispose: «Qui c’è una stanza per tutti.»
Kosmos scese, prese la valigia che aveva lasciato in macchina, e scelse a caso una camera da letto vuota al secondo piano, con la finestra rivolta verso est. Era una stanza spoglia ma spaziosa, con un piccolo letto di ferro e un tappeto di canapa intrecciata sul pavimento. Seduto sul bordo del materasso, Kosmos ammirò di nuovo la terraferma.
Decise che avrebbe aspettato il pranzo per presentarsi a tutti gli altri. Ma poco dopo Eleni tornò, seguita da Costantino, lasciò che fosse lui a entrare. Era proprio come l’aveva descritto Egan Ganis: in gamba, ma senza dubbio un vecchio. Appuntata con una spilla da balia al colletto della camicia da lavoro di flanella aveva ancora la stella rossa. Gli occhi azzurri erano accesi, sedendo ginocchia contro le ginocchia di Kosmos. Poi gli prese la mano tra le sue, e fu come percepire il crollo di una chiusa.
Kosmos gli raccontò del porto di Cuba, di aver amato una donna nata in Armenia che per due decenni aveva lavorato a bordo di un mercantile, del luccichio notturno nella laguna di Venezia e di come aveva perso la sacca di nylon; gli raccontò dei fucili spianati a guardia delle zone di libero scambio, del vociare inumano nelle foreste sterminate del nord, di un interrogatorio all’aeroporto di San Diego e della strada che conduce un uomo ad accogliere il proprio cancro a bordo di una piattaforma petrolifera. Sulle navi aveva frequentato i ponti bassi, la cui gente dormiva e lavorava, e sopra di loro aveva visto le cabine dove gli ospiti dormono, ma non li aveva mai visti lavorare neanche un giorno. Disse a Costantino: «Sono tornato per lavorare quanto tutti gli altri,» e il vecchio gli sorrise con dolcezza; «Sono qui per l’anarchia.» Fu sul punto di dirgli anche che Addar aveva ragione: che non si può conoscere il viaggio prima di partire. Ma si trattenne, perché allora si era reso conto che il suo interlocutore non era più suo padre.
Si alzò in piedi, e andò verso la porta con un cenno di saluto. Il resto della casa era vuoto e attraversato da qualche spiffero. Al pianterreno, la ragazza pestava un martello contro i noccioli di frutta in una cesta. Non gli badò quando uscì dal retro, in direzione della campagna.
Attraversò il giardino degli alberi da frutto, quali del tutto spogli. La terra esposta, fredda e screpolata mandava un leggero odore di piante marce. Più avanti, oltre il capanno, trovò Addar intento a dissodarla. Indossava un maglione di lana spesso e si era lasciato crescere la barba. Addar non lo vide, chino sulla zappa, e Kosmos si domandò come esser certo che non gli portasse rancore. Il volto concentrato gli pareva terso, i movimenti misurati. Addar era, dopo Eleni e Costantino, quello che conosceva meglio questa terra.
Dovette udire i suoi passi, perché alzò il capo all’improvviso, e appena ebbe riconosciuto Kosmos prese a camminargli incontro senza parlare. Una folata di vento tagliò l’aria fredda, e parve a Kosmos di trovarsi di nuovo nel Mediterraneo, come il mattino in cui il traghetto aveva tolto l’ancora insieme a lui. Di quel giorno ricordava l’incertezza e il clima rigido. Non ricordava invece la sorpresa.
Quando fu di fronte, Addar lo prese tra le braccia, e rimasero fermi a lungo, intrecciati come tronchi di ulivo in mezzo alla campagna gelata.
